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News sul territorio Cronaca Spettacolo di inizio anno col botto, a S. Severino. in scena Francesco Procopio in “casa di frontiera”
Spettacolo di inizio anno col botto, a S. Severino. in scena Francesco Procopio in “casa di frontiera” PDF Stampa E-mail
Mercoledì 25 Dicembre 2019 00:00

poesiaÈ stato l’ironico artista Francesco Procopio a inaugurare – col botto – il nuovo anno, per la stagione 2019-2020, al teatro comunale di Mercato S. Severino. Per l’appuntamento del 17 gennaio scorso, dopo le esibizioni di novembre (con il grande artista Massimo Ranieri, per la formula “Teatro in movimento” – in trasferta a Napoli) e del 6 dicembre (a S. Severino, grazie a Biagio Izzo). Il locale è retto, come ormai tutta la cittadinanza sa, dalla famiglia Caccavale di Napoli (“Teatro Più”) – che gestisce altre prestigiose realtà partenopee come l’Augusteo e il Politeama. Avvalendosi, nella fattispecie sanseverinese del comunale in via Trieste, della professionalità e della passione di Michele Stornaiuolo.

Sulle orme del compianto padre Fabio, una vita trascorsa nell’edificio al centro di Mercato S. Severino. Procopio si è calato nei panni del protagonista, assieme ad altri tre attori, della pièce “Casa di frontiera” – plot scritto e diretto da Gianfelice Imparato. Con, oltre Procopio: Giovanni Allocca; Alessandra D’Ambrosio; Claudia Moretti. Scene di Clelio Alfinito; costumi a cura di Pina Sorrentino. Inoltre, per le musiche: Patrizio Trampetti; la produzione è invece stata a cura di Teatro “Ghione” e di Fdv: Fratelli di Versi. Il copione verte su scenari volutamente surreali, estremizzati e portati verso un parossistico futuro che vede (in scena) i “poveri” Meridionali ambire a far parte (loro – “miseri cafoni”) del gran Regno di Padania. Scenari ipotizzati già nel 1993, dall’allora nascente fenomeno politico “di protesta” della Lega Nord. Ideologo, Gianfranco Miglio, con la “partecipazione… straordinaria” di Umberto Bossi e dei suoi “adepti”. In tema di secessione, dunque. Di separazione, di allontanamento – graduale, progressivo (fino ad oggi anche) – dei civilissimi abitanti del Mezzogiorno dalla “razza ariana” della Padania (territori del Nord). Gianfelice Imparato – emerge dalle note di regia e/o sinossi, opportunamente distribuite agli spettatori (tra cui moltissimi abbonati) dalle maschere e dallo staff di accoglienza – pare abbia pensato a questa commedia dal retrogusto amaro già nel 1993. Ventisette anni fa. Ovviamente, tutto è stato attualizzato. Però sembrerebbe che molte cose, in questo trentennio, non solo non siano affatto cambiate ma che la situazione possa anche essere peggiorata. Certo, nella concezione di questo spettacolo “immaginifico” l’eterno divario tra Sud e Nord è istrionicamente esagerato e volto all’estremizzazione – come detto sopra. Si colgono tuttavia i frutti del “razzismo”, ingiustificato, da parte dei fautori del “Carroccio” avverso i Napoletani. Da… “lavare” (affogare) nel fuoco del Vesuvio, in quanto puzzolenti, rozzi, pigri, furbi, maligni. Insomma, tanti stereotipi negativi che di sicuro non rappresentano la gente del Sud – laboriosa e sognatrice. Tanto meno i Napoletani, il cui vernacolo o dialetto è linguaggio vivo. Per farla breve, sul palco due fratelli – Gennaro e Addolorata Strummolo – vivono segregati, confinati in una “riserva” (tipo pellirosse) in un ipotetico futuro (ricordiamo che correva il 1993 quando l’autore siglò tale commedia) in Lombardia/Padania. Genny e Dolores Strum – così il fratello ha imposto di farsi chiamare, per non “urtare” la… “sensibilità” dei Lombardi – stanno sostenendo, all’apertura del sipario, delle prove per poter essere ammessi a frequentare la società padana. Nonostante gli sforzi, nonostante – anche – l’impegno per apparire quanto più vicini alla gente del Settentrione, tutto è vano. Una dispotica “assistente sociale”, che poi si rivelerà sciolta e disinibita (di nome Olga, che piace a Gennaro), controlla gli inesistenti “progressi” di questa famiglia. Come “premio”, appunto, previsto per i due ci sarebbe l’ingresso tra i “Nordisti”. A volte, però, il destino mette lo zampino: Ciro (Cacace), lo scostumatissimo fidanzato di Addolorata/Dolores/”Dolly” – cantante di blues – combina guai e seduce la severissima “controllora” [sic!]. Da allora, tutta una serie di accadimenti negativi. Coronati dalla malizia di un bambino (inesistente, in scena) che getta all’indirizzo dei malcapitati pietre, bucce di banana e persino un’automobilina. Alla fine dello spettacolo la farsa, ridicola ma che rende inclini a una profonda riflessione, diverrà triste: Procopio-Gennaro apparirà come impazzito, mentre la sorella (rassegnata) addirittura sarà costretta a prostituirsi. Per vivere al Nord invece che tornare a Napoli. Come d’altronde vorrebbero (avrebbero voluto, contro l’opinione di Procopio) lei stessa e lo spasimante – tra maneggi e traffici vari. Il personaggio di Gennaro, inoltre, rispolvererà il presepe eduardiano (come in “Natale in casa Cupiello”). Finale tra le lacrime – quindi. Umorismo pirandelliano, come avvertimento del contrario. Riguardo un argomento, quale quello del razzismo, che oggi è sempre e ancora emergente nella nostra – pur cosmopolita – società. Sempre più complessa e fredda – “liquida”, tra non-luoghi. Mentre, invece - è il messaggio della due atti – la multiculturalità non deve far paura. Anzi. È una risorsa, non un pericolo. Arricchisce. Se è naturale che di fronte al “diverso” emergano sentimenti (negativi) di diffidenza, timore, estraniamento – tuttavia occorre rispettare lo stesso “altro”, “straniero”, “lontano da noi”. Come un’opportunità di migliorare le proprie conoscenze e di allungare gli orizzonti sociali. Nel lungo viaggio della vita, così sorprendente. Ben venga, dunque, questo spettacolo drammaturgico; col pretesto della satira (la quale “castigat ridendo mores”), si mettono quindi in luce vizi e pensieri aberranti dei nostri tempi e di quelli passati – anche. Affinché si realizzi quanto espresso da un aforisma di Paul Valery – scrittore francese morto nel 1945: “Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze”. Un invito da cogliere prontamente. Ricordiamo che Procopio è nato a Napoli il 23 maggio 1969. Un curriculum di tutto rispetto, il suo. Come – pure – quelli degli artisti che afferiscono al comunale di S. Severino, grazie al lavoro fattivo e caparbio (nel senso buono) di Stornaiuolo (sulle orme del padre) e di “Teatro Più”. Tra i film e le pellicole cinematografiche in cui l’attore ha sostenuto ruoli importanti, si annoverino le produzioni dei fratelli Vanzina. Concludiamo questo nostro contributo e/o elaborato giornalistico con l’invito a partecipare ai prossimi show drammaturgici promossi nell’ambito della rassegna annuale; il 31 gennaio – ore 21, come sempre, l’inizio dei recital – vi sarà la possibilità di usufruire della navetta per Napoli. Qui (Augusteo) andrà in scena “Aggiungi un posto a tavola” – di Garinei e Giovannini, la premiata ditta di commedie (teatrali) “all’Italiana”. Personaggio principale sarà Gianluca Guidi, figlio (d’arte) del più famoso Johnny Dorelli e di Lauretta Masiero. Proprio come il più noto genitore, anche Guidi interpreterà un importante ruolo all’interno della pièce. Tornando a Mercato S. Severino, il prossimo appuntamento con la stagione 2019-2020 si vivrà il 7 febbraio con la presenza di Peppe Barra. Un must delle messe in scena partenopee. Egli reciterà ne “I cavalli di monsignor Perrelli” – alla solita ora (21.00 in punto). Tutto il cartellone terminerà in data 17 aprile, venerdì, con il valente Lucio Pierri ne “La scommessa”. Tra gli altri “top player” della comicità e/o dell’approfondimento drammaturgico anche Carlo Buccirosso (ne “La rottamazione di un Italiano per bene” – 2 aprile) e i “Ditelo voi” (21 febbraio, “Il segreto della viola ciocca”), direttamente dalla fortunata trasmissione tv “Made in Sud”. Qui il team ha assunto il ruolo di “Gomorroide”, tra gag e battute avvincenti

09062017 AnnaMariaNoia

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo della 
Dott.ssa  Anna Maria Noia.

 

 

 
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