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News sul territorio Cronaca Il ruolo del "food" sulle tavole di ogni popolo.
Il ruolo del "food" sulle tavole di ogni popolo. PDF Stampa E-mail
Lunedì 05 Agosto 2019 00:00

alimenti

La gente ama gli appuntamenti gastronomici, adora mangiare – e mangiare bene. Per questo motivo imperano, pullulano – al giorno d’oggi – i ristoranti “etnici” o bio. Dove – è garantito – il cibo (anche esotico) è buono e gustoso. E, cosa ancora più richiesta dai palati più esigenti, dove il rapporto tra qualità e prezzo sia interessante. Inoltre si moltiplicano e prendono sempre più piede i vari food blog – una volta prerogativa dei cronisti cosiddetti “gastronomici”. I food blog sono periscopi attenti nel vasto mondo del cibo – appunto “food” in lingua anglosassone. Fast food; street food (nuova tendenza dell’alimentazione) e, da pochi anni, slow food. Bando alla “vetusta” dieta macrobiotica.

Il consumatore finale, lo stakeholder vuole cibo. Attraversando Expo di Milano (evento globale, di massa – eppur peculiare – tenutosi nella città “da bere”, del Pirellone, degli affari, nel 2015) per passare, poi, all’attuale “mostra contadina” di Fico (a Bologna). Tra vari e istituzionalizzati appuntamenti con il gusto e le ricette gourmet più accattivanti, belle anche da vedere, audaci e dai sapori decisi o agrodolci. Basti pensare al garum (o garon) di Romani (con il noto degustatore e cuoco Apicio o come il liberto arricchito Trimalcione, nel suo pranzo a mo’ di Lucullo) e Greci, per capire la vastità e la complessità di mangiare – assieme, soprattutto (cosa rara di questi tempi, con famiglie disgregate o individualiste e “l’onnipotenza” del cellulare anche a tavola con i parenti…). Dai cibi come la colatura di alici più miele verace (“sincero” – ovvero puro, “sine cera”, senza la cera) dei patres latini al kebab in versione 2.0. E – in mezzo – tante altre varietà del gusto (anche enologico, con vini e vitigni ad hoc e dop o igp ovvero igt – etichette attribuite anche ai cibi) di altri Paesi e di altre culture: la pita e il moussakà greci, il couscous mediterraneo ma persino locuste, termiti, cavallette – insomma: insetti. La regola d’oro dell’etnografia, ma pure della moderna antropologia, è il mangiare tutto ciò che di una cultura fa mostra – dai malloreddus sardi alla paella valenciana, ma soprattutto cibi cinesi, giapponesi, intrugli vari di altre forme di retaggio gastronomico umano. Poi molto da dire ci sarebbe sulle modalità di consumare il cibo, del mangiare – dal latino: Man ducare, condurre la mano. È un rito, vero e proprio – antropologico – quello di apparecchiare (“mettere”) la tavola. Ciò, anche (ma certamente non soltanto) in ricordo di Gesù Cristo, che “mangiò le mense” – letteralmente: le mense, presso i Romani e altre popolazioni costituivano delle ampie focacce che fungevano da “tovaglia” (tra l’altro, i Romani mangiavano distesi sul triclinio – almeno i più nobili). E che dire, inoltre, del “consuolo”? Una tipica usanza meridionale – di questa Italia, che ha lo scopo di far elaborare il lutto (etimologicamente parlando) a parenti ed amici. Cucinando per loro e consolando – mediante (in particolare) il cibo – i caratteri e asciugando le lacrime. Ad ogni cibo corrisponde una tradizione (retaggio) culturale, a seconda dei mesi e delle stagioni. Un esempio? La gustosa e nutriente pasta e piselli si assaggia il 25 marzo, in occasione della ricorrenza di S. Marco. Proprio in tale periodo, infatti, crescono e si colgono tali primizie della terra. Certo, adesso è tutto “fuori stagione” – grazie alle serre, con coltivazioni spesso forzate e non “naturali”. Però, la nostra antica (mica poi tanto) civiltà contadina era più saggia nel riconoscere i segnali propri della grande madre Terra – Demetra, Cibele, Proserpina, Gea, Giunone, Maia o mater matuta capuana che sia stata. O qualche divinità latino-americana. Adesso il cibo, il food è protagonista di numerose sagre, con pretesa di genuinità – vera o presunta. Diverse volte queste leccornie sono proprio tipiche: il carciofo preturese (Montoro); la cipolla ramata della stessa Montoro (che è anche del Sanseverinese, frazione Pandola – vicinissima a tale località – per cui i suoi abitanti venivano in passato definiti “cepari” o “cipollari”); lo sciusciello di Pellezzano; la pastellessa (pasta con castagne) di Macerata Campania; la ‘mmesca, la soppressata e il mallone a Bracigliano e così sia. A volte – invece – si assaggia, sempre durante le sagre, roba non proprio… “autoctona”. Oppure roba che si rivela “standard”, come salsiccia e patatine. Chiudiamo qui questa nostra breve disquisizione sul food, una nota per indicare il come far attenzione a ciò che scegliamo di degustare, magari un qualcosa di modificato geneticamente. Come la soia? Come i piatti vegetariani e/o vegani? A questo punto si innestano dei dubbi: sulla Bibbia è scritto (Antico Testamento, Genesi) che Dio diede l’opportunità ad Adamo e alla sua progenie di dominare gli uccelli del cielo, i pesci del mare e animali con piante sulla terra. Perché dunque il fenomeno – di recente impennata – del veganesimo? Culturalmente parlando, a chi e/o a che giova? Ai posteri l’ardua sentenza, visto che nutrirsi è sia un bisogno, una necessità fisiologica che un fatto culturale dovuto allo sviluppo – nei nostri antenati scimmie – del gusto e del senso, del piacere di cibarsi… Insomma, dimmi che mangi (e con chi) e ti dirò chi sei. Dal ristorante “classico” alla “veloce” paninoteca e alla giovanile e versatile pizzeria. Il cibo è parte fondante di tutto l’impianto e/o apparato antropologico globale, locale e “glocale”. Paese che vai, pietanze che trovi…

09062017 AnnaMariaNoia

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo della 
Dott.ssa  Anna Maria Noia.

 

 

 
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