Mentre in Irpinia cresce una mobilitazione popolare senza precedenti per chiedere il ritorno del treno e la fine dell’isolamento infrastrutturale, nella Valle dell’Irno tutto sembra fermo. Da una parte un territorio che si organizza, protesta, firma petizioni e pretende risposte; dall’altra una comunità che da anni subisce disagi enormi nei trasporti pubblici, ma che continua a restare in silenzio. La petizione “Ridateci il treno: stop all’isolamento di Avellino” ha superato le 5.000 firme, un risultato che testimonia quanto il tema sia sentito dagli irpini. Il comitato promotore, dopo mesi di assemblee e incontri pubblici, ha chiesto un confronto diretto con l’assessore regionale ai Trasporti Mario Casillo.
Le richieste sono chiare e strutturate:
- un tavolo integrato con Regione, RFI, Prefettura e rappresentanze civiche;
- un cronoprogramma aggiornato dei lavori;
- soluzioni provvisorie con convogli diesel o ibridi;
- uno studio di prefattibilità per la rettifica del tracciato Solofra–Montoro.
Una mobilitazione concreta, organizzata, determinata. Una mobilitazione che nasce dal basso e che dimostra quanto una comunità possa incidere quando decide di non accettare più l’inerzia istituzionale.
La Valle dell’Irno: un territorio che soffre ma non reagisce
E mentre l’Irpinia si muove, la Valle dell’Irno resta immobile. Un paradosso, considerando che proprio qui i disagi legati ai trasporti pubblici sono quotidiani, strutturali e ormai cronici: autobus insufficienti, orari inaffidabili, collegamenti con Salerno e l’Università spesso inadeguati, pendolari costretti a viaggi interminabili.
Eppure, nonostante tutto questo, la reazione collettiva è quasi inesistente. Nessuna petizione di massa, nessun comitato stabile, nessuna pressione costante sulle istituzioni. La responsabilità, certo, ricade anche sulla classe politica, che negli anni non ha saputo o voluto affrontare il problema con decisione. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui.
La verità è che una parte consistente della popolazione della Valle dell’Irno sembra aver rinunciato a pretendere un servizio pubblico dignitoso. Un disinteresse diffuso, che finisce per diventare complicità. Perché quando un territorio non alza la voce, chi governa non sente il bisogno di intervenire.
Due territori, due atteggiamenti
La differenza tra Irpinia e Valle dell’Irno oggi è tutta qui:
- gli irpini protestano, chiedono, si organizzano;
- gli irnini subiscono, si lamentano a bassa voce, ma raramente si mobilitano.
Eppure i problemi sono reali, profondi, e incidono sulla qualità della vita di migliaia di persone. La speranza è che l’esempio irpino possa diventare un modello: dimostrare che la partecipazione civica non è un optional, ma l’unico strumento per ottenere cambiamenti concreti.
Perché senza una spinta dal basso, nessun treno – né reale né simbolico – arriverà mai.

