La Famiglia dei Sanseverino
La storia dei Sanseverino è da mettere in relazione all’arrivo di Roberto il Guiscardo nel Principato di Salerno nei primi anni del 1040. Del seguito di Roberto fa parte un tal Troisio, destinato a diventare il capostipite della potente famiglia dei Sanseverino. Egli va considerato una pedina importante della conquista del Principato da parte del Guiscardo. Infatti, per fare terra bruciata intorno a Gisulfo II, principe di Salerno, Troisio viene incaricato dell’occupazione delle terre a nord di Salerno e in particolare del gastaldato di Rota. Con la sconfitta dei longobardi locali Troisio viene investito dei territori usurpati divenendo il capostipite della famiglia Sanseverino. Nel 1239 Tommaso I Sanseverino con l’acquisto della contea di Marsico consente alla famiglia di fregiarsi del titolo di conte nonché di estendere gli interessi della casata verso le terre del Cilento. Il matrimonio tra Ruggero, figlio di Tommaso I, e Teodora d’Aquino favorisce in più di una circostanza la presenza del fratello Tommaso tra le mura del castello di S. Severino. Qui nel dicembre 1273, nella chiesa palatina, il Santo viene colto dall’ultima delle sue celebri visioni. Muore dopo aver ripreso il cammino verso Lione, dove è diretto per partecipare al Concilio Vaticano. Dei Sanseverino di Marsico,Tommaso III è uno degli esponenti di maggiore spicco. Nel 1326 è nominato gran Connestabile del regno, un ufficio dal quale dipende il comando generale dell’esercito in tempi di pace e di guerra. Il riconoscimento lo colloca al primo posto tra i baroni e i dignitari di corte. Dopo l’uccisione di Andrea d’Ugheria, la moglie, la regina Giovanna, sospettata della congiura contro il marito, da Avignone dove si è rifugiata, nomina Tommaso tra i vicari generali e amministratori del regno. Egli diventa così uno degli uomini più potenti d’Italia; per suo merito, i Sanseverino di Marsico sono considerati i primi feudatari napoletani. Dopo la morte di Tommaso III, per trovare altri esponenti di spicco della famiglia dobbiamo trasferirci all’epoca di Roberto I. Un salto di circa un secolo durante il quale molti rivolgimenti politici si sono verificati nel regno: l’apertura della crisi dinastica alimentata dalla rivalità tra i tre rami (Durazzo, Taranto e Ungheria) in cui si è divisa la casa d’Angiò, l’avvento al potere nel 1381 dei Durazzeschi, la burrascosa conquista del regno di Napoli da parte di Alfonso d’Aragona nel 1442. Nell’estate del 1460 Roberto prende parte allo scontro tra aragonesi e angioini nella veste di Grande Ammiraglio. L’anno successivo, parteggiando per re Ferrante, conquista Salerno, il cui Principato è sotto il dominio degli Orsini sin dal 1439. Il 18 settembre del 1462 il Principato viene assegnato a Roberto Sanseverino. Roberto inizialmente stabilisce la sua corte a Salerno, per trasferirsi successivamente a Napoli, dove sotto la direzione di Novello da Sanlucano, costruisce un imponente palazzo (oggi chiesa del Gesù). A Roberto si deve anche un contributo al rinnovamento culturale del Mezzogiorno d’Italia, grazie all’educazione umanistica ricevuta in giovinezza dalla madre. Egli, infatti, come i maggiori signori italiani del Rinascimento, diventa protettore di letterati, umanisti, poeti pittori e musicisti. A Roberto succede il primogenito Antonello. Questi, nel 1474, anno in cui eredita i feudi paterni, ha pressappoco quattordici anni. Come il padre, nel 1477, riceve con investitura solenne il titolo e le funzioni di Grande Ammiraglio. Nel 1481, al comando di una flotta di quaranta galee e venticinque navi armate dal conte di Sarno, Francesco Coppola, Antonello partecipa alla spedizione contro i turchi ad Otranto uscendone vittorioso. Nel 1484 potenzia la flotta reale con proprie galee. E’ in questo periodo che Antonello ed altri feudatari del regno mutano atteggiamento nei confronti degli aragonesi a causa della politica accentratrice del re e degli atteggiamenti antifeudali del principe ereditario Alfonso. La rottura tra il re e il papa offre l’occasione ai dissenzienti di agire contro la corona stringendo una forte alleanza con il pontefice. Prende corpo così la cosiddetta Congiura dei Baroni.
La pace raggiunta tra il papa e il re, che si impegna a versare il tributo dovuto alla Chiesa e a perdonare i baroni ribelli, si rivela effimera. Antonello, infatti, riprende a congiurare contro la Corona. Dichiarato ribelle e veduti confiscati i suoi feudi, ripara in Francia, dove insieme ad altri fuorusciti si adopera per convincere Carlo VIII a scendere in Italia contro gli aragonesi. Nell’agosto del 1494 Carlo VIII muove verso il sud d’Italia; nel febbraio dell’anno successivo entra in Napoli con l’appoggio dei patrizi napoletani e dei baroni feudali del regno. Ma il “barone ribelle”, come viene chiamato Antonello, riprende le ostilità contro gli aragonesi su diversi campi di battaglia nel sud del regno, ma ripetutamente sconfitto si salva trincerandosi, come in altri momenti burrascosi, tra le mura del suo castello a (Mercato) S. Severino, dove, dopo un lungo assedio da parte dei suoi nemici di sempre, è costretto alla resa. Il 15 dicembre 1497, dopo l’ennesima ribellione, capitola nel suo castello di Diano. Ottiene salva la vita, ma è costretto all’esilio in Senigallia. Muore nel casale di Costanzo nel gennaio 1499. Scomparso in giovane età l’erede Roberto II, gli succede il figlio Ferrante. La vicenda politica e umana di questi coincide con l’avvento degli spagnoli nel regno di Napoli, che in quanto viceregno, scade nel ruolo di provincia dell’impero. Ferrante, nel palazzo di famiglia a Napoli, si circonda della migliore intellettualità napoletana. A Salerno ravviva la Scuola Medica Salernitana e crea le due accademie dei Rozzi e degli Accordati. Ma come gli avi non tarda ad entrare in conflitto con la Corona. A Napoli, il governo del viceregno è nelle mani di Alvarez di Toledo, in un primo tempo in buoni rapporti con Ferrante, ma che ben presto si rivela dispotico e prevaricatore dei diritti della nobiltà. L’ordine del viceré di chiudere le accademie letterarie, dove si credeva allignasse l’eresia, e l’annuncio dell’introduzione del tribunale dell’Inquisizione a Napoli, scatena una violenta reazione popolare. La protesta viene soffocata dal Toledo con l’arresto di alcuni giovani nobili, che dopo un sommario processo vengono condannati a morte e giustiziati per decapitazione. La città colpita da tanta efferatezza invia Ferrante Sanseverino e Placido de Sangro in Spagna a riferire a Carlo V delle atrocità del Toledo. Ma Ferrante viene accusato dal re di essere il fomentatore di tutte le rivolte e trattenuto a corte per oltre un anno. Caduto in disgrazia agli occhi della corte spagnola, il viceré ha gioco facile contro di lui al punto da organizzargli contro una imboscata. Ferito e spaventato, Ferrante decide di recarsi in Francia per cercare alleanze contro la Spagna. Parte il 27 novembre 1551. In Francia Ferrante viene nominato generale dell’impresa gallica contro Napoli e ottiene dal re 20.000 ducati all’anno e la signoria di Tarascon e Belcaire, ma non di più. Si spegne così il sogno di riprendersi il potere nel regno. Muore ad Avignone senza eredi nel 1568.
Testo, a cura di G. Rescigno, liberamente tratto da: P. Natella, I Sanseverino di Marsico, una terra un regno, Mercato S. Severino, 1980; G. Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061-1324), Cava, 1977; C. Porzio, La congiura de’ baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando primo, Napoli, 1958; R. Colapietra, I Sanseverino di Salerno: mito e realtà del barone ribelle, Salerno 1985; G. Spini, Disegno storico della civiltà, v. I, Roma, 1970; G. Vitolo, Corso di Storia, v. I, Milano 1994.
