
Come da tradizione - da molti anni a questa parte - il giorno di S. Giuseppe, o le domeniche precedenti e susseguenti, a Mercato San Severino si festeggia il padre putativo di Gesù. Contrariamente al solito, dunque, le celebrazioni eucaristiche in onore del “santo del silenzio e dell’umiltà” (così definito per il suo “fare un passo indietro”, rispetto alla Vergine Maria – sua castissima sposa) il 19 marzo non si tengono alla chiesa di S. Giovanni. Bensì presso la chiesetta di S. Maria delle Grazie, in mezzo al corso Diaz. Tenendo sempre presente che il nome “intero” della parrocchia è (appunto) “Santa Maria delle Grazie in S. Giovanni in Parco”.
Alle 9.30, 11 e 18 – quindi – giovedì 19 marzo, anche stavolta, le Messe verranno officiate lì. Alla cosiddetta “Parrocchiella”, come è definita la piccola (ma importante) struttura. Per diversi motivi tra anni recenti e passati, tra cui la presenza dell’effigie di S. Giuseppe stesso all’interno dell’edificio. Sebbene anche nella chiesa più grande – cioè S. Giovanni – non manchi la statua del santo. Al di fuori del miniprogramma religioso, ecco che l’Azione Cattolica locale – sita nei locali adiacenti la cappella di S. Maria delle Grazie; ricordiamo che l’Ac è realtà associativa da poco ricostituita – ha organizzato diversi happening: il primo per sabato 14 marzo. Inerente a “Mani in arte per papà”, essendo la Festa del Papà concomitante lo stesso giorno in cui si celebra Giuseppe. Si tratta (si è trattato, al momento in cui scriviamo) di un laboratorio appositamente pensato, allo scopo di creare un manufatto che i bambini iscritti all’Ac (ma non soltanto loro!) possono regalare al proprio genitore. Un secondo momento per celebrare il santo è la lotteria in suo “onore”: una riffa, biglietto a 50 centesimi, per tentare la sorte con il primo estratto sulla ruota di Napoli. Per vincere un quadretto testa letto raffigurante la Madonna di Pompei. Il tutto, sempre giovedì 19. Questo, per le manifestazioni più recenti. Ma, sempre sul territorio sanseverinese, tantissimo tempo fa le tradizioni popolari ed etnografiche annoveravano il “fucarotto” o falò del santo. Direttamente dalla dominazione spagnola nella cittadina (e nel Regno di Napoli) – con le “Fallas de S José”. Il fuoco, elemento apotropaico di allontanamento degli spiriti maligni nei campi – vedi anche, come retaggio consimile, il Ciuccio di Fuoco ad Acigliano (frazione di San Severino) – è lustrale come l’acqua. Interessanti, tutti questi riti del passato si intersecano appunto per la purificazione: il fuoco, a S. Severino, per S. Antonio il 17 gennaio; il 16 agosto – Acigliano - per il Ciuccio, evento sopra citato; il 19 marzo davanti la chiesa di S. Vincenzo oppure (soprattutto) a Piazza del Galdo e/o a S. Angelo. Sempre in occasione di S. Giuseppe. Invece l’acqua – altro elemento purificatorio e apotropaico – è un elemento tipico della Madonna. Al femminile, quindi. Particolarmente, in occasione del Fistone di Spiano (in cui si degusta la polpetta di baccalà) e delle Fontanelle – in autunno – “dedicate” (pare) alla Vergine Addolorata. Anche se cospicue e fondate, sicure, fonti storiche della realtà intera di Mercato San Severino parlano delle Fontanelle come di una festa “laica”, legata all’unificazione del Regno d’Italia (nel 1861) e alla Breccia di Porta Pia (venti settembre 1870). Ma torniamo a S. Giuseppe e al suo elemento: il fuoco. Nostro padre raccontava sempre di questa tradizione. Forse dovuta anche al mestiere di S. Giuseppe – falegname. Quindi a contatto, anche, col fuoco. Il fucarone o focarone o falò di S. Giuseppe è radicata in molte aree del Meridione d’Italia. Per salutare la primavera (21 o 23 marzo, equinozio – quando le ore di luce e di buio sono pari, 12 e 12) avvenente e ricacciare indietro l’inverno. Ricordiamo che il falò è organizzato anche in Piemonte – tra le Langhe e il Monferrato – il 21 e 24 giugno, per S. Giovanni. Salutando l’estate prossima e le attività agricole, come la mietitura e la trebbiatura. “Amm fernut e met e scugnà” – abbiamo finito di mietere e legare i covoni (cognome partenopeo: Scognamiglio). Questo il detto partenopeo – quando vi sono contrattempi. Il retaggio è confermato dallo scrittore Cesare Pavese, ne “La luna e i falò”. Contestualmente, per S. Giovanni – solstizio: il sole è più presente sulla terra, come ore di giorno e di notte – anche qui al Sud si prepara l’acqua di S. Giovanni. Ma soprattutto si raccoglie l’iperico o sangue di drago: l’erba di S. Giovanni. Inoltre, nel Beneventano, si crede che la notte tra il 23 e il 24 giugno le streghe salgano sul noce. Per la Notte di Walpurga. Effettuando un sabba. Ma i contadini, previdenti, confezionano i serti o nzerti di strepponi (rametti secchi). Così le streghe stesse perdono tempo a contarli, fa giorno e se ne devono andare – verso l’oscurità. In “Cenere” di Grazia Deledda si parla della falce e del fatto che, contando essi, le potenze stregonesche perdono tempo e si fa l’alba. Versione similare alla precedente, da noi offerta. Torniamo a S. Giuseppe. Oltre al simbolo del fuoco – chi avett pan murett, chi avett fuoc campaje (“Chi ebbe pane morì, chi ebbe fuoco campò”) – ecco le zeppole. Tipiche del santo del silenzio e patrono della “buona morte”. Custode dell’innocenza e dell’ingenuità di Maria e del piccolo Gesù. Un giusto, un pio. Anche se “Pius”, per i Latini, era colui che assecondava i voleri e i dettami del Fato. Come Enea. Giuseppe, invece, era giusto perché si dispiaceva per la Madonna quando ella ebbe i tipici “sintomi” o segni della gravidanza (pancione, eccetera), pur non avendo giaciuto con lui dopo i preliminari della loro unione. Secondo le leggi ebraiche del tempo, vivendo una sorta di periodo prematrimoniale – come da contratto. Egli, prima del sogno in cui l’angelo gli rivelò che Maria era incinta dello Spirito Santo, si dispiaceva di volerla ripudiare pubblicamente. Il che voleva dire condannarla alla lapidazione. E poi ebbe il sogno rivelatore. Ne ebbe altri, anche quando – recita la Bibbia – fuggì in Egitto a causa di Erode, che voleva uccidere il “re dei re” dei Magi. Veniamo alle zeppole e alle frittelle in suo onore. Innanzitutto, a Napoli c’è differenza tra le “zeppole” – o bignè al forno, con crema pasticcera – e le graffe. Dal tedesco Krapfen. Cioè quelle fritte e cosparse di zucchero. Oppure, nel Cilento, le zeppole sono fritte ma cotte nel miele: si tratta dei golosi “scaldatelli” o “scauratielli”. Che vengono cucinati anche a Natale. La vera origine delle zeppole di S. Giuseppe risale ai Liberalia – feste per il dio Libero, protettore dei raccolti e fautore della fertilità. In epoca romana. Il 17 marzo (le Idi; anche ricorrenza di S. Patrizio, patrono d’Irlanda – il cui colore è il verde) i ragazzi latini prendevano la toga virile. Mentre donne anziane, coronate di edera – dette sacerdotes liberi – preparavano focacce di farina e miele, chiamate libae (donde libagioni) o frictilia. La zeppola tonda ricorda la lettera Alfa, presso i Greci: aleph tra i Fenici, come Aleppe nella Divina Commedia: qui Minosse rappresenta il “dubbio dell’intellettuale”. È a guardia dei gironi e delle bolge infernali. Con la coda indica – coi giri appunto di coda – in quale parte dell’Inferno si recheranno i dannati. “Pape Satan aleppe” significherebbe – nell’interpretazione data da Aldo Cazzullo: “Guarda o Satana, ah!”. L’aleph o alfa, come lamento: tipico pure delle lamentazioni di Giobbe o Geremia. Torniamo a noi: zeppola deriverebbe da “zeppa”, cioè “piena”. Oppure dal “cuneo”, nel significato di “fendere”, “aprire” e “fecondare”. Oppure da “ceppo”. Raffigura appunto la lettera A. Che – messa al contrario – assume la forma di una testa di un toro: il bue o toro Api, Aleph. Oppure la zeppola ha forma allusiva dell’organo femminile. L’origine di tutto, il grembo della vita! Come anche il toro! Nelle cui sembianze si mimetizzava il dio Bacco o Dioniso – rappresentante il vino, mentre Cerere (donde cervegia o cerveza - cereale) simboleggiava la birra. Distillato di malto e paglia, già nota agli Egizi. Che la facevano sorseggiare agli schiavi ebrei, perché avessero più vigoria fisica – nel lavorare alla costruzione delle monumentali e maestose piramidi. Tralasciando ulteriori informazioni antropologiche – ecco una brevissima descrizione della chiesa di S. Maria delle Grazie a San Severino (alias “Parrocchiella”): fu detta anche S. Maria de Castro. Risale al 980. Nel 1481 è elevata a parrocchia, nel 1811 il decreto reale di Gioacchino Murat viene “trasferita” (come amministrazione e burocrazia) nell’ex convento francescano di S. Antonio. Poi, varie altre vicende. Sempre nell’800, don Ovidio Serino – anche nome dell’eroe risorgimentale che si batté per i moti rivoluzionari del Cilento e per la liberazione dell’Italia dagli Austriaci – ne ebbe la curatela o cura. Questa chiesetta aveva, annesso, anche un ospedale – fino alla metà del ‘600. Originariamente, la chiesetta è collocata fuori mura (extra moenia), nella zona detta “Mercato Vecchio”. Dove il maestro di bando (o di banno) indiceva fiere e mercati. Probabilmente, il maestro di bando era l’acconciagioco. Che ha dato origine al cognome spianese di Acconcia. Successivamente, le fiere si tennero nel “Mercato Nuovo”: l’attuale Piazza Garibaldi. Tra e di piazza Garibaldi e piazza XX Settembre (ovvero “Mercato Vecchio”) si ricordano le antiche definizioni di “mercato ra minestr” e “mercato re vvacche”.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo della
Dott.ssa Anna Maria Noia.

