La fede al tempo del Coronavirus. Parafrasando un famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez, potrebbe essere questo il motto o lo slogan che più si adatta alle recenti disposizioni ecclesiastiche in materia di celebrazioni eucaristiche, in questo oscuro periodo. Avvinto dalle tenebre dell’incertezza e con uno sprazzo di sole, costituito – nella temperie del temibile “morbo ferale”, denominato Covid-19 - proprio dalla fede. Personale ed universale. Attualmente si sta parlando della fatidica “fase due”, della cauta e “scaglionata” riapertura di esercizi, uffici, attività di ogni tipologia. Dopo la prima fase di emergenza, di “esilio forzato” (per molti). Mentre, però, molti negozi ricominciano – lentamente – a intravedere segnali di difficile e incerta ripresa, la Chiesa è ancora interessata dalle ormai note restrizioni in merito al distaccamento sociale.
È di queste ore la “querelle” (se così si può affermare) sollevata da alcuni presbiteri e/o vescovi, prelati e alti porporati, in merito alla santa comunione da conferire ai fedeli. Per ciò che concerne la libertà di culto. Per sicurezza (anche il papa è stato poi prudente e ha ottemperato alle norme in vigore) il governo e la Cei – Conferenza episcopale italiana – avevano dovuto interdire l’accostamento al Corpo e Sangue di Cristo a tempo indeterminato. Fatto unico, nei duemila e più anni di Cristianesimo. Anche tra tante persecuzioni, il memoriale della passione e morte di Gesù non è stato mai interrotto – nel corso dei secoli. Grazie a tantissimi martiri, che hanno immolato finanche la vita a che il sacrificio del Cristo sulla croce valicasse gli anni, i tempi, i popoli. Per recare conforto agli umili, agli invisibili. Proprio i clochard, gli sporchi e puzzolenti barboni. Che vivono ai margini da sempre, nell’indifferenza e nell’ipocrita silenzio della società planetaria. Nell’indigenza. Insieme all’esercito dei torturati e dei morenti di fame in ogni parte del mondo. I poveri, quelli per cui la quarantena non è mai, realmente, finita. Adesso è peggio, per loro. E per le nostre anestetizzate coscienze dovrebbe, invece, esserlo. Anche se mai, in precedenza, si era vista una Pasqua senza riti partecipati da milioni di persone (ha inferto dolore la solitudine del pontefice il venerdì santo, barcollante sotto una croce reale e metaforica al contempo – come non richiamarsi alla fine del mondo e al terzo, fatidico, mistero di Fatima?) ecco che adesso il buon senso di noi cittadini del mondo (retti dai governanti, dai potenti) impone a tutti lo stare a casa. Certo l’eucaristia è il fondamento cardine della vita cristiana. In passato è stato detto che il Corpo di Cristo è più necessario ed importante del sole, che permette la vita sulla Terra. È vero, ma adesso cosa dobbiamo pensare? Come saranno i nostri pastori, nel secondo “step” verso il fluire della vita in società? Perché le chiese non possono ancora assolvere alle importantissime funzioni ecumeniche proprie? In molti, tra i sacerdoti delle nostre comunità e collettività – nella fattispecie di Mercato S. Severino, di Fisciano, di Baronissi e altre zone limitrofe – sono desiderosi di poter nuovamente celebrare Messe in libertà e nella gioiosa assemblea dei cattolici “praticanti”. Però i più… “obbedienti”, da voti espressi all’atto della consacrazione appunto sacerdotale, si adeguano alle disposizioni poste in atto “dall’alto”. Pazientando. Ma il richiamo del Vangelo a emettere il Verbo, il Logos di Dio (la Buona Novella per antonomasia) è più forte di ogni possibile coercizione e/o restrizione. E così, ecco in atto le iniziative “religiose” o similari più disparate. A S. Severino come altrove. Tra flash mob e avvenimenti ideati con arguzia. Momenti di riflessione ma anche di ironico intrattenimento, che spessissimo “transitano” mediante i tanti temuti e vituperati nuovi media: i social, demonizzati in passato ma utili adesso. Per una efficace alternativa alla noia e al grigiore di questo periodo – si spera passeggero. Anche nella Valle Irno. Come a Mercato S. Severino. Impartendo i sacramenti virtualmente ma anche virtuosamente. Al di là dei decessi avvenuti in questi due mesi di lockdown, tra i comuni irnini; morti che hanno interessato, a S Severino, ben cinque persone. Ultima vittima, Waldemar Marcello Pompa - 58enne originario dell’Irpinia – spentosi al policlinico di Maddaloni (Caserta) pochissimi giorni fa. Era un industriale nel settore conciario – in quel di Solofra, cittadina rinomata a livello mondiale per la qualità dei pellami e dei capi più prestigiosi. L’imprenditore risiedeva nella frazione di S. Vincenzo, era risultato positivo un mese fa e si trovava in regime di isolamento, in quarantena. Anche altri suoi familiari – pare – erano stati contagiati dal virus. Undici gli altri positivi nella cittadina, secondo le ultime stime. Opportunamente e tempestivamente comunicate dal primo cittadino Antonio Somma, che monitora attentamente la situazione. Spesso il sindaco si trova in compagnia della polizia municipale o della locale Protezione Civile - l'Epi, acronimo per Emergenza pubblica Irno (veri e propri angeli custodi, con tutte le forze dell’ordine e con i negozianti, i farmacisti, i necrofori, i giornalisti, perfino gli insegnanti od altri professionisti) – per guidare responsabilmente la popolazione in questo momento di ansia, di crisi economica – oltre che sanitaria. Ulteriori contagiati deceduti sono stati l'84enne Armando Aversa – residente al centro del capoluogo; il 50enne Gaetano Damiano e altri. Tornando a noi, al discorso (vi sono tante discussioni, altrettanti dibattiti – al riguardo) del riaprire o meno chiese, parrocchie (dal greco, case tra case; famiglie di famiglie), cappelline e luoghi di culto ecco che a S Severino molti parroci non si sono fatti spaventare o sorprendere dal temibile e invisibile vermiciattolo. Ognuno ha continuato a presiedere le celebrazioni, secondo la propria dimestichezza con i più moderni mezzi e ritrovati tecnologici. Da padre Raffaele De Cristofaro, responsabile delle comunità, delle realtà delle frazioni Curteri (compresa la cappellania dell’ospedale “Fucito”) e S. Angelo – con le Messe in streaming (on line) a don Antonio Sorrentino, già parroco di S. Angelo – che invia grazie ai collaboratori lettere ed esortazioni pastorali. E ci sono le iniziative di altri meritevoli sacerdoti. Come, per esempio, don Marco Carpentieri. Che “dirige” le collettività parrocchiali di Piazza del Galdo – località devota a S. Pietro apostolo (e a S. Gaetano, ma non solo) – e S. Eustachio, frazione dove sono venerati i santi Eustachio e Felice. Un pastore giovane, affabile, cordiale. Disponibile. Fautore di riprese sul web. Di video ospitati su piattaforme on line, per sollecitare anche i fedeli più restii a usare Internet e Facebook. A Pasqua, poi, don Marco ha benedetto con il Santissimo Sacramento il popolo delle tre frazioni a lui affidate. Uscendo dalle chiesette con l’ostensorio, rivolto verso le persone affacciate al balcone. Un intenso, opportuno, necessario flash mob partito sui social. Insomma, anche i presbiteri meno “informatizzati” usano, ormai, i dispositivi del secolo brevissimo. Non soltanto per le “classiche” Messe domenicali e festive. Anche per altre occasioni di preghiera, come Lodi, Vespri, tanto rosario. Da casa, a portata di mano. Anche in tv, in questo triste periodo si moltiplicano i momenti di rivolgersi, con fiducia, al Creatore. Appuntamenti oramai consolidati sono la recita della Coroncina alla Divina Misericordia, alle 15 in punto (ora in cui Cristo emise lo spirito – su canali prettamente religiosi, dedicati), e il vero e proprio dialogo “magistrale” a tu per tu con papa Francesco. Che entra nelle case, sempre con discrezione, garbo e in punta di piedi ma anche con rigore, autorevolezza, severità e gravità, con serietà, alle 7 del mattino da S. Marta. In diretta Rai, anche. A S. Severino, ecco che anche i frati del convento di S. Antonio diverse volte celebrano la liturgia diffondendola tramite tecnologia digitale. Il Logos, il Verbo, la Parola di salvezza – dunque – ha assunto altre forme. Ma l’efficacia del messaggio divino, si spera, rimane intatta. Chiudiamo questo nostro lungo (come al solito! Di questo chiediamo sempre scusa…) servizio con l’ottima notizia (mentre scriviamo) riguardante la completa guarigione della concittadina (sanseverinese) Rita Marra, parrucchiera 71enne – residente in via Tommaso Sanseverino. La donna – contagiata, risultata positiva al Covid-19 - dopo quasi un mese e mezzo di terapia è stata dimessa, in queste ore, dal presidio “Ruggi d'Aragona”, Salerno. Dapprima era stata trasportata al “Fucito”, poi le condizioni erano peggiorate ed era stato disposto il ricovero al S. Leonardo. Preghiamo, dunque, per una speranzosa ripresa; per una fase di “apertura” sia pure prudente e guardinga. Sotto l’egida dei santi protettori Rocco, taumaturgo “agostano” invocato contro la peste (morbo ferale) e per altri accidenti di salute; S. Vincenzo Ferreri, la cui ricorrenza è caduta lo scorso 5 aprile; S. Pasquale Baylon, venerato – con S. Vincenzo martire (22 gennaio) – nella località S. Vincenzo. Infine, anche in vista del mese a lei dedicato (appunto maggio), non dimentichiamo di affidarci alla cara, nostra “Mamma Celeste”: la Madonna. La Vergine del Rosario è compatrona dell’antico Stato di Sanseverino. Anche il culto per Rocco di Montpellier varca i confini sanseverinesi, estendendosi a Castel S. Giorgio; Siano; Penta.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo della
Dott.ssa Anna Maria Noia.
