Nelle ultime ore, in diverse città italiane, sono ricomparsi striscioni carichi di rabbia contro Gravina per la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali. Una mobilitazione immediata, compatta, quasi feroce. E davanti a queste scene sorge spontanea una domanda: davvero l’Italia è diventata un Paese capace di indignarsi soltanto quando c’è di mezzo il calcio? Perché basta distogliere lo sguardo dal pallone per ritrovarsi davanti a un silenzio assordante. Il carovita che strangola le famiglie, la benzina che continua a salire, i trasporti allo sfascio, l’ambiente che crolla, la disoccupazione che divora intere generazioni.
Su tutto questo, nessuno striscione. Nessuna protesta. Nessuna voce che si alza. Sembra che il senso delle priorità si sia completamente smarrito. La frustrazione collettiva esplode solo quando la palla non entra in porta, mentre di fronte ai problemi che tolgono dignità e futuro il Paese resta immobile, quasi rassegnato. È un’immagine amara: un popolo che si accende per il calcio e si spegne davanti a ciò che conta davvero.
È proprio questa distorsione culturale che "Cittadini in Movimento", come associazione impegnata sul fronte civico e sociale, osserva con crescente preoccupazione. Non per giudicare le passioni sportive, ma per ricordare che una comunità viva dovrebbe sapersi mobilitare anche — e soprattutto — quando sono in gioco i diritti, il futuro e la qualità della vita. Non si tratta di un attacco allo sport, che resta una passione autentica e bellissima. È piuttosto un grido d’allarme verso una cultura che sembra aver perso la capacità di reagire. Perché se ci si muove solo per un Mondiale mancato e non per un Paese che si sgretola ogni giorno, allora la rotta è stata smarrita da tempo. E recuperarla, così, diventa sempre più difficile.


