Nella cappellina dedicata al Santo, all'interno della chiesetta di San Michele a Morfisa in Napoli, il Dottore Angelico, ormai provato dalle precarie condizioni fisiche, era intento a celebrare messa. Mentre pregava innanzi al Crocifisso duecentesco di scuola campana, fu colto da una delle sue celebri esperienze mistiche, la quale lo convinse a porre fine alla stesura della sua opera massima: la Summa Theologiae. Nella Ystoria sancti Thomae de Aquino, il da Tocco — spesosi nell'istruire e portare a compimento il processo di canonizzazione dell'Aquinate — narra che durante tale estasi il Cristo rivolse a Tommaso la frase: “Bene scripsisti de me, Thoma; quam mercedem accipies?”. Egli allora rispose che non avrebbe desiderato altro che il Signore stesso.
Questo accadimento rappresenta la premessa di quanto sarebbe poi avvenuto nel maniero di San Severino di lì a qualche settimana. L'illustre teologo, infatti, era legato da stretti vincoli di sangue alla potente casata dei Sanseverino di Marsico. La sorella maggiore, Maria, aveva sposato il primogenito di Tommaso I, Guglielmo II; quest'ultimo fu lo sventurato protagonista, insieme al genitore, della ribellione di Capaccio contro Federico II di Svevia, conclusasi nel sangue. Oltre a Guglielmo II, anche suo fratello Ruggero II era unito in matrimonio a una congiunta minore del Dottore, di nome Teodora. Le due stirpi potevano dunque vantare un duplice legame patrimoniale e affettivo.
Non conosciamo il mese e il giorno preciso dell'arrivo del frate a San Severino. I documenti riportano solamente che, a seguito della visione napoletana, egli volle ostinatamente recarsi a far visita alla sorella Teodora, prima di intraprendere il lungo cammino alla volta di Lione, invitato al Concilio da papa Gregorio X. Sebbene non venga menzionata una data certa del soggiorno sanseverinese, dalle fonti documentarie sappiamo che "si era nella rigida stagione invernale". Pertanto, la celebre estasi — nello specifico, quella dopo la quale il Maestro riferisce al suo sodale Reginaldo, testimone dei fatti, che le cose da lui scritte e insegnate erano come "paglia" — si posiziona in un arco temporale che va dal tardo dicembre 1273 alla fine di gennaio 1274. La datazione deve rispettare all'incirca questo lasso temporale e non può essere posticipata di molto, giacché bisogna considerare le precarie condizioni di salute del Domenicano nel sostenere gli spostamenti, il tempo necessario del suo rientro a Napoli, i preparativi per la missione in terra francese, la sosta forzata presso la fortezza di Maenza di proprietà della nipote Francesca, la deviazione all'abbazia di Fossanova e il trapasso lì avvenuto il 7 marzo 1274.
Vediamo così che anche il dialogo tra il Crocifisso e l'Aquinate non è soltanto un atto di devozione fine a se stesso; esso, in realtà, congiunge con un unico filo conduttore la teologia tardo medievale, l'Ordine dei Domenicani, la città di Napoli e la vicenda consumatasi nel castello di San Severino.
A conclusione, oltre alla croce, un ruolo di collante dobbiamo assegnarlo alla figura del Santo. Egli infatti, in aggiunta a quanto già detto in precedenza, emerge come un ponte tra la dimensione trascendente e le vicende terrene di quegli anni dei Sanseverino e dei d'Aquino, famiglie che con la loro azione politica hanno condizionato gli equilibri del Mezzogiorno d'Italia, legando ai propri possedimenti eventi memorabili destinati, da allora e per un lungo giro ancora, ad essere tramandati ai posteri.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un intervento del
Dott. Michele Cerrato.
Appunti di Storia Sanseverinese, 2026.
Nelle foto: Statua lignea del 1924 di san Tommaso d'Aquino, conservata nella chiesa di San Giovanni in Parco a Mercato S. Severino. Il Crocifisso dell'estasi della cappellina di San Nicola. Castello di San Severino, ove il Santo ebbe la sua ultima visione celeste.


