Il Romitorio di Santa Croce: storia, vita e memoria degli eremiti del nostro territorio

Il Romitorio di Santa Croce: storia, vita e memoria degli eremiti del nostro territorio

Castello 4I documenti d'archivio, le testimonianze degli anziani risalenti ai loro nonni e la stessa struttura di S. Croce attestano concordemente che S. Croce è stata probabilmente fin dalla fondazione - una chiesetta con annesso un romitorio o romitaggio. La chiesetta è legata alla presenza di un eremita. Negli atti della visita pastorale del 1654 è scritto chiara­mente: "adsuni duo cellae prò habitatione heremitae ". E difatti, nel piano superiore al vano-chiesa, ci sono ancora due piccole stanze, una delle quali era adibita a cucina, con tanto di focolare. Di fianco alla scala di accesso si notano ambienti (chiamati in un documento “bassicelii”), che servivano da fienile e da stalla.

Verosimilmente S. Croce fu voluta e costruita con le proprie mani da un anonimo asceta, che intendeva venerare la Madonna nel mistero del suo dolore accanto al Figlio sofferente e consacrarsi lui stesso ai Si­gnore, non però in un monastero o in un convento e neanche - come gli antichi anacoreti - su un’isoletta sperduta o in una spelonca inaccessibile, ma in un luogo un po’ appartato, favorevole al raccoglimento e tuttavia legato in qualche modo alla vita dì una comunità cristiana. Il parroco, infatti, garantiva sulla moralità dell'eremita e la Curia dava il permesso per la questua e per la celebrazione della Messa. Certamente l’eremita di S. Croce, vestito del suo caratteristico saio bianco con “pazienza” di color nero, scendeva dalla collina per far la questua gi­rando per le case e le campagne di Sant'Angelo e dei paesi circostanti entrando così in contatto con la gente, cui - come il manzoniano Fra’ Guidino - in cambio di un’offerta in danaro o in natura - diceva una pa­rola di conforto e assicurava una preghiera.

Normalmente l'eremita la domenica partecipava alla Messa che si celebrava in parrocchia. Qualche eremita risulta che era anche iscritto alla confraternita del Rosario in Sant’Angelo: come tale, prima della Messa festiva, doveva unirsi alla preghiera dell’Ufficio divino e pren­dere parte agli impegni tipici della confraternita (esequie, processione ogni 1a domenica del mese, votazioni e altri incontri occasionali). Sicché preghiera e lavoro scandivano le giornate degli eremiti, che si succedettero a S. Croce. Essi curavano la chiesa e il romitorio (ben adattato alle loro esigenze), coltivavano l’uliveto e il vigneto, allevavano qualche animale ad uso domestico, facevano la questua e accoglievano fraternamente i pellegrini che salivano a S. Croce. In tutte queste incombenze l’eremita poteva contare sulla collabora­zione del parroco di Sant’Angelo, di qualche sacerdote che faceva da cappellano e di qualche laico che curava l’amministrazione dei beni. E infatti, nel 1709 il cappellano era D. Carlo Palmieri e il governatore era Giuseppe Grieco, mentre nel 1760 la chiesetta era officiata da D. Francesco Marciano e nel 1765 celebrava la Messa a S. Croce il cap­pellano D. Pietro Grimaldi.

Ed ecco come scriveva il Visitatore nel 1727:

«In esecuzione delli ordini di Monsignor ill.mo, mi sono conferito nel romitorio con ti intervento di d. Francesco Napoli, parroco del ca­sale di Sant’Angelo e molti del clero ed ho osservato che vi è la Chiesa polita e bene adornata con due camere per uso del romito con tutte le necessarie comodità. Vi si ritrova ancora una piccola vigna con piante di viti ed olive. Il romito presente è fra Nicola d'Oletta, cittadino del casale di Marcello, il quale tiene patente della Curia Arcivescovile con data della 29 maggio 1725 il quale è d'età di anni 25, porta abito bianco e la pazienza di color negro, né vi sono altri eremiti. Di più mi viene riferito dal rev. Parroco ed altri di detta Università che il sud­detto, vive cristianamente senza dare nessuno scandalo e si confessa almeno due volte al mese ed assiste alli santi esercizi spirituali. Il romitorio possiede un ospizio di case nel casale di S. Angelo, censuato a Giuseppe Liguori, un capitale di ducati 17 da cui se ne riceve carlini 10 annui, della quale rendita se ne celebrano Messe. La carità che percepisce il romito, parte la consegna alli mastri della chiesa eletti dal rev. Parroco, li quali al presente sono Nicola Montefusco e Francesco Romano impiegandola a suppellettili per la chiesa e la solennizzazione deIla festa e, il di più, resta per vitto del romito».

Alcuni eremiti di S. Croce.

Sembra doveroso ricordare almeno alcuni degli eremiti che, con la loro vita austera di preghiera, lavoro e penitenza, curarono la chiesetta e zelarono il culto in onore della Madonna. Spulciando qua e là dai documenti, sonno venuti fuori alcuni nomi: Giovanni Angelo Fabbricatore, eremita nel 1645. Fra' Giovanni Bat­tista Calabria di Napoli: risulta nell’elenco dei confessati e comunicati nella Pasqua del 1650 ed era ancora eremita a S. Croce quando fu fatta la S. Visita il 1° maggio 1654. 

Fra ’ Ludovico Neriera eremita nel 1699.
Una menzione particolare merita Fra’ G(h)erardo De Napoli, il quale fu eremita agli inizi del ’700: egli visse e morì per S. Maria della Croce. Lasciò un segno della sua pietà scolpendo con le sue mani un grande Crocifisso ligneo, che collocò all’interno della chiesetta, sulla parete di fondo della navata Ovest. Nel testamento, dettato al notaio Nicola Zampoli il 2.1.1703, destinò tutti i suoi beni alla chiesetta di S. Croce, chiedendo di essere ivi sepolto e dispose:

“Se piacerà al Signore di farlo morire nel casale di S. Vincenzo, ove al presente si ritrova ammalato, vuole che il suo corpo cadavere sia associato (= accompagnato) da trenta persone povere, le quali debbono andare recitando il Rosario, alle quali si dovrà un carlino per ciascuno per carità di detto accompagnamento. Nomina esecutore testamentario il rev. D. Carlo Palmieri, amministratori dei suoi beni vita durante".

Nel 1708 erano a S. Croce due eremiti: Fra’ Luigi Mari e, Fra' Santolo Liguori: quest’ultimo morì il 12 novembre 1718 e fu sepolto nella cimitero della Congrega del Rosario, di cui era confratello.

Fra’ Nicola D’Oletta: fu eremita dal 1725 al 1749; però non sempre dormiva sulla collina, perché spesso faceva compagnia a sua sorella Angiola, che era rimasta vedova e abitava a Marcella insieme con un’altra sorella, nubile, di anni 27. Mori 1’ 11 settembre 1749, dopo aver lasciato a S. Croce, con testamento rogato dal notaio acquarolese Gia­cinto Faiella, 1/4 di moggio di terreno, col cui reddito chiedeva Messe di suffragio.

Il 7.5.1753 era eremita a S. Croce un certo Carlo Barberio. Due anni dopo vi troviamo Fra' Antonio Brigitano: “visse a S. Croce, grancìa di questa chiesa parrocchiale, vestendo l’abito eremitico (vitam degens heremitico habitu)” dal 1755 ai 13.3.1761, quando morì, all’età di 60 anni, dopo aver piamente ricevuto tutti i Sacramenti dal parroco Lucantonio Giordano.

Fra’ Luigi Leone condusse vita eremitica a S. Croce per qualche anno con Nicola D’Oletta nel 1747 e, dopo la morte di questi (avvenuta nel 1749), risulta ancora eremita a S. Croce con un altro confratello, di cui peraltro ignoriamo il nome, nel 1751. Il 5 settembre 1799 morì improvvisamente a S. Croce l’eremita Michelangelo Scorano, di anni 70: fu tumulato “gratis quia pauper” nella chiesa parrocchiale.

Agli inizi dell’800, dal catasto del periodo murattiano risulta come eremita un certo Bartolomeo Amato, l’ultimo eremita di cui i docu­menti consultati danno il nome.

Da testimonianze orali sappiamo che agli inizi di questo secolo XX, come a Sant’Elia viveva una famiglia De Pascale, così a S. Croce, non trovandosi disponibile un eremita, abitava una famiglia del casato Fi­miani (ramo «‘Ncappagalline»). Successivamente a S. Croce visse la famiglia di Antonio D’Auria, di Costa. Nel romitorio nacquero tre bambini: Angelo-Fiore, Gerardo e Immacolata. Luisina D’Auria, figlia di Angelo Fiore, racconta come un giorno mentre i nonni lavoravano nell’uliveto di S. Croce, il maialetto che essi allevavano uscì dal recinto e, attratto dall’odor di latte, rosicchiò un orecchio della figlioletta Imma­colata, che essi avevano adagiato in una sporta che le faceva da culla. Dopo questo fatto la famiglia di Antonio D’Auria lasciò S. Croce e da allora la chiesetta-romitorio rimase disabitata e incustodita.

Bibliografia: Sant'Angelo "a macerata" di O.Caputo - A. Sorrentino - anno 1998